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"Quella notte a Reggio Calabria", di Michele Gravano
marted́ 15 settembre 2009

Nel corso della Giornata di studio in onore di Bruno Trentin svoltasi a Salerno il 28 maggio 2009,  sul tema  “Il Mezzogiorno: da Battipaglia ad oggi. Realtà e problemi” ha svolto tra gli altri una relazione Michele Gravano. Eccone il testo.

Sarò poco organico e poco puntuale anche perché è difficile racchiudere la complessa vicenda politica ed intellettuale di una personalità straordinaria come Trentin: straordinaria non solo sul versante sindacale ma in generale. Egli non a caso è stato considerato uno dei padri della Repubblica Italiana, con merito e con titolo.

Sarò dunque un po’ disorganico e intreccerò testimonianze  ad alcune riflessioni e passaggi sull’esperienza politica e sull’analisi sul Mezzogiorno di Bruno Trentin. Nell’ultimo anno sono uscite pubblicazioni molto belle su Trentin, sulla sua storia e la sua azione, sul periodo della Resistenza. Anche l’ultimo libro curato da
Michele Magno è concentrato su un filone del lavoro e sull’idea di libertà che
Trentin aveva. Noi abbiamo l’intenzione (e, da questo punto di vista, è un appello
a tutti i compagni, alle compagne, alle nostre strutture) di raccogliere il materiale
dell’esperienza di Trentin nel Mezzogiorno e nella nostra regione, la Campania,
che è stata oggetto di attenzione, di impegno e di iniziativa molto forte in tutto
l’arco della sua esperienza sindacale.


E questo è un progetto editoriale che vorremmo realizzare anche approfittando
dell’azione e dell’impegno di Gloria Chianese che, oltre ad avere una conoscenza molto
attenta della Cgil e del sindacato nel Meridione, è un’attenta storica del
Mezzogiorno - soprattutto nel ‘900 e nel dopoguerra, un dopoguerra che ha fatto
giustizia di molte interpretazioni non fondate e su schemi in qualche modo
imposti da altri punti di vista.


Quindi la prima cosa della quale mi sono interrogato per offrire una conoscenza
dettagliata del pensiero di Trentin e della sua azione è proprio questa. Mi sono
posto la domanda: Trentin può far parte della tradizione del pensiero
meridionalista democratico e di sinistra? Dal mio punto di vista il sì è scontato –
poi dirò perché – non lo è nel pensiero accademico e tra gli studiosi.
Trentin è conosciuto e studiato per altri aspetti del suo pensiero e della sua
riflessione, ma non lo è specificatamente per la sua connotazione meridionalista e
lo sforzo che noi vogliamo fare - anche con il contributo delle Cgil meridionali - è
quello di cogliere i nessi di una riflessione che è stata - come ha ricordato Gloria -
in alcuni passaggi, molto più ampia, sulle connotazioni meridionali e sugli effetti
dell’azione sindacale e anche sulle politiche del Mezzogiorno e soprattutto, per
alcuni aspetti, riguardo al dibattito culturale e politico che ha attraversato il più
grande partito di opposizione, il Partito Comunista.


Quando ero un po’ più giovane, leggendo uno dei libri di Giorgio Amendola,
rimasi colpito da un passaggio che raccontava di quando quest’ultimo, che era in
clandestinità in Francia, andò a trovare il padre di Trentin, Silvio Trentin, a
Tolosa. Mentre i due discutevano, Bruno Trentin che era ragazzino, un discolo,
disturbava il colloquio tra il padre e Giorgio Amendola. Quest'ultimo si innervosì di questa
presenza intemperante e disse una frase bellissima: e da lì cominciarono
grandi litigi che sono durati per tutta una vita.


Bruno Trentin è stato, prima che dirigente sindacale, un intellettuale che ha
saputo coniugare l’istanza azionista, che gli derivava dal padre, con la scoperta e
l’approccio all’esperienza marxista e soprattutto la scoperta della classe
lavoratrice. Quindi anche il rapporto con Gramsci è stato fecondo. Trentin come
intellettuale è stato nel pensiero marxista europeo un innovatore, non uno
scolastico. È stato ricercatore critico di un rapporto fecondo tra realtà e pensiero.
Questa istanza, questa tensione che lui ha avuto sempre come intellettuale, l’ha
portata nella sua azione politica e soprattutto nell’azione sindacale e nel rapporto,
prima che con Amendola, poi con Di Vittorio.


Trentin partecipa alla elaborazione del piano del lavoro - che è stata la sua
grande intuizione - piano del lavoro che non fu visto di buon occhio da parte del
gruppo dirigente del Partito Comunista di allora, e che aveva dentro di sé
l’esigenza - nella fase appena dopo la guerra e di fronte alle macerie - di una
ricostruzione, di una ripresa del Paese che permettesse una crescita
dell’occupazione. Fu una elaborazione molto feconda e Trentin partecipò, insieme
anche a Vittorio Foa, a quella progettazione che in qualche modo
contraddistingue la storia e le caratteristiche del sindacato italiano e della
funzione della Cgil sia quand’era unitaria che in seguito alla scissione sindacale.
Tale elaborazione contraddistingueva l’originalità dell'esperienza italiana e della
riflessione che in quel momento si concentrava intorno ad una personalità come
quella di Di Vittorio e a quella di giovani che erano portatori di un’ansia e anche
di una cultura moderna. Non dimentichiamo che Trentin era di cultura francese,
aveva studiato negli Stati Uniti e parlava correntemente più lingue, ed era
stimolato anche da esperienze democratiche di altri paesi, di altre tradizioni
sindacali e in quel passaggio nell’elaborazione del piano del lavoro vennero a
maturazione suggestioni della tradizione democratica statunitense e un ruolo di
originalità del sindacato.


Una visione fuori dallo schema allora imperante di cinghia di trasmissione dei
partiti, sia della tradizione comunista che della tradizione della seconda
internazionale ovvero la tradizione socialista, che in qualche modo configurava il
ruolo del sindacato come rappresentante della condizione del lavoro e che si
doveva occupare del salario, dei contratti e della sicurezza del lavoro e finire lì il
proprio compito.


L’incontro con Di Vittorio è stato un incontro fecondo. Trentin coglie da Di Vittorio
alcune dimensioni etiche molto forti, come il principio per cui il lavoratore per
liberarsi e affermare la propria dignità  dovesse conquistare una serie di elementi di fondo: l’istruzione e la conoscenza e l’orgoglio, la dignità e l’autonomia nei confronti delle classi dominanti e dei
padroni. Condizioni che danno vita ad una suggestione molto forte.
Dall’elaborazione del meridionalismo di sinistra, in particolare di Gramsci, Trentin
coglie l’esigenza di un superamento della arretratezza delle condizioni del
Mezzogiorno e in modo particolare dalla condizione di oppressione vissuta in
campagna a causa dell’esistenza del latifondismo.


L’originalità di questa impostazione si manifesta anche nelle forme di lotta. La
Cgil inventa in quel periodo lo sciopero alla rovescia, che era nel panorama della
tradizione sindacale anche del Nord industriale una singolarità, perché lo sciopero
alla rovescia proponeva un’impostazione non contestativa ma progettuale, perché
si determinavano le mobilitazioni in rapporto ad un progetto di sviluppo e per
dare occupazione ai lavoratori. Un’azione propositiva e progettuale, in cui gli
stessi lavoratori diventavano protagonisti di uno sviluppo importante, elementi
che sono sempre stati fondamentali nel pensiero di Trentin.


Nell’introduzione di Michele Magno, c’è un passaggio che vorrei ricordare. Egli
dice: “Noi ci confrontiamo con il pensiero di Trentin non solo per documentare
una riflessione nel corso delle vicende storiche ma soprattutto per vedere quanta
parte del suo pensiero è attuale nel rapporto con i tempi”.

E se mi consentite, questo è l’approccio che vorrei mantenere anche rispetto alle
vicende meridionali e rispetto alla fase, precedente al ’56, che conduce Trentin in
un atteggiamento polemico con il gruppo dirigente dell’allora Partito Comunista,
ovvero di Togliatti e di quella che poi è stata definita la destra storica capeggiata da
Giorgio Amendola. E' la fase del passaggio del governo De Gasperi e del programma
riformatore che il movimento di protesta del Mezzogiorno mette in campo dopo le lotte bracciantili.
Il Partito Comunista e lo stesso Amendola furono molto critici rispetto alla politica
di De Gasperi. Solo negli ultimi tempi dal punto di vista storico, e non soltanto da
parte della tradizione cattolica, si sta ripensando all’interpretazione di quella
politica, Trentin e la Cgil vede subito che quel passaggio è un passaggio
importante, intanto perché si supera la politica di Giuseppe Pella e in secondo
luogo perché si introduce un processo di modernizzazione. Amendola spara a
zero contro la Cassa del Mezzogiorno; Trentin vede - anche perché ha avuto
modo di riflettere sulle esperienze della politica di Roosevelt - con attenzione la
funzione, il ruolo della Cassa del Mezzogiorno e anche le timide rotture del
latifondo operato dalla riforma agraria che De Gasperi mette in campo. E la Cgil
si apre a quel processo e a quella politica perché la vede come un processo di
modernizzazione.


Ovviamente la questione fu controversa e, all’interno dello stesso Pci, furono
prevalenti altre interpretazioni che poi vennero riprese anche nella fase della nascita dei
primi governi di centro-sinistra. Gloria ha ricordato un altro passaggio di questo confronto interno e del ruolo del Mezzogiorno nella visione di Trentin dentro l’evoluzione del capitalismo italiano.
Ci fu una polemica molto aspra tra Trentin e Amendola, perché Amendola vedeva
l’evoluzione del capitalismo italiano sostanzialmente in una maniera negativa
perché predominavano le forze fondamentali del capitalismo come quelle del
monopolio, della rendita, del parassitismo e non erano prevalenti le forze
dell’innovazione e anche le forze diciamo più liberali.

Trentin invece, pur cogliendo questi aspetti, colse i processi di modernizzazione,
ravvisò la nascita di nuovi modelli organizzativi che si
andavano sviluppando e che comportavano una profonda trasformazione della
composizione della forza lavoro e le trasformazioni anche della stessa condizione
della classe operaia.

Faceva quindi riferimento ad un approccio che imponeva una politica economica
e sociale e sindacale completamente diversa, e questa è stata una costante che
ha poi attraversato gli ultimi anni della sua attività politica almeno fino alla fine
del Pci, che è stata riproposta anche con forza in più passaggi dallo stesso
Amendola quando leggeva la funzione del Pci nella crisi italiana come il
compimento di una rivoluzione sostanzialmente liberale che la borghesia italiana,
proprio perché portatrice di componenti parassitarie, non era nelle condizioni di
operare.


Trentin introduce altre riflessioni e coglie trasformazioni profonde, e questo
avviene contestualmente anche all’assunzione di una responsabilità come quella
della Fiom allora, che porta Trentin a dirigere la più grande categoria industriale
della Cgil. L’esperienza è molto significativa. La Fiom, e poi la Flm, diventa il soggetto
sindacale nel quale Trentin porta a maturazione, anche in un rapporto fecondo
con le componenti cattoliche, del cattolicesimo sociale, alcune elaborazioni e
alcuni sviluppi. All’interno del Pci, gli elementi della polemica erano fortemente
condizionati dalla visione del ruolo del sindacato ed erano stati introdotti e difesi
da Di Vittorio ma che la generazione che succede a Di Vittorio, anche con Lama,
porta avanti con determinazione, senza non pochi conflitti, nella vicenda e nella
politica della Cgil.


Soprattutto Amendola  a più riprese, ritornerà a bollare tutti gli elementi di novità e di
protagonismo, quello che poi noi abbiamo chiamato autonomia e concezione del sindacato come soggetto
politico. Sono considerati come elementi di deviazione rispetto a una tradizione classica che
segnava la storia e la vita di tutti i sindacati europei, diciamo dell’Europa libera di
allora, e anche dei paesi dell’Est.


C’è un altro aspetto della riflessione di Trentin che poi si svilupperà in quegli
anni.  Di Vittorio dà una definizione compiuta e insuperabile del ruolo e
dell’azione del sindacato, poichè dice: il sindacato deve essere autonomo dai
partiti e deve essere indipendente dal potere economico. Un’espressione e una
distinzione bellissima. Nella Cgil e nella Cisl questa intuizione si muove
dentro la forza che allora avevano i partiti e l’organizzazione delle correnti. La Cisl
pur essendo portatrice di una visione dell’autonomia, con connotazioni diverse, però eleggeva i propri rappresentanti in Parlamento. Anche la Cgil era organizzata per correnti (comunista, socialista),
eleggeva per un periodo parlamentari ma poi interruppe questa pratica proprio in
nome dell’autonomia. Quell’intuizione feconda che in quel momento si
sviluppò nel rapporto dentro ai partiti,  e dopo l’avvio delle esperienze unitarie soprattutto dei metalmeccanici negli anni Sessanta, porta all’affermazione dell’autonomia del sindacato e a
quello che poi si definirà, negli anni Settanta, attraverso le incompatibilità, che ancora
esistono nello Statuto delal Cgil ma che nascono lì, cioè con il sindacato inteso come un soggetto
autonomo della politica, con una funzione distinta dalla funzione della
politica e dalle funzioni elettive. Nel momento in cui uno assume funzioni
politiche e assume funzioni elettive, decade dalla funzione sindacale.

Richiamo questo aspetto perché è ricorrente. Negli anni Settanta Trentin, nella
direzione dei metalmeccanici, ritorna sulla questione del Mezzogiorno e ritorna
con l’ansia dell’intellettuale. Le politiche della Cassa del Mezzogiorno e
dell’intervento straordinario al Sud determinano delle trasformazioni profonde: in
una prima fase, sul terreno delle infrastrutture; successivamente, attraverso
l’azione delle partecipazioni statali, con un vero e proprio sviluppo industriale,
quelle che noi per un periodo abbiamo demonizzato come le cattedrali nel
deserto ma erano grandi investimenti industriali nella chimica, nella siderurgia.
Trentin si misura con le trasformazioni e individua (con l’ansia che aveva anche
Gramsci di costruire le forze motrici della rivoluzione, le forze motrici del
cambiamento, le chiama Trentin) la nuova funzione della classe operaia, che era
il soggetto nuovo e non più concentrato nelle grandi aree come Napoli, come
Palermo ma era un processo più diffuso in tante parti delle province del Sud.

Trentin coglie queste trasformazioni e lavora perché il sindacato sia capace di
interpretare, e soprattutto la Flm, le istanze di questa nuova classe operaia che è
emersa nei processi di industrializzazione del Sud, in modo particolare tra la fine
degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Settanta, quando poi, comincia la crisi
petrolifera. Questa ansia ci porta a scoprire la nuova classe operaia del Sud.


C'è un altro aspetto. Trentin è stato sempre assillato, con la sua generazione (Gloria lo
ricordava), dalla democrazia. La sua visione della democrazia ha dei connotati di
originalità significativi. Pur apprezzando il compromesso della Costituzione
italiana, ne ha visto anche i limiti. L’idea della democrazia che ha avuto Trentin è
stata un’idea assillante e carica di tensioni, sempre. In modo particolare, la
partecipazione per lui è stata un elemento fondamentale, soprattutto la
partecipazione delle classi subalterne e della classe operaia per il ruolo che la
classe operaia aveva all’interno delle classi subalterne.


Quando scoppiano i moti e le ribellioni, le lotte del ’68 e del ’69, l’avvio della
strategia della tensione, la rivolta di Reggio Calabria, che è il punto più alto di
questa operazione di tipo reazionario che mira, anche con le operazioni di golpe,
ad affossare la democrazia, Trentin, insieme anche alla parte cattolica del mondo
metalmeccanico, è quello che è protagonista di una grande mobilitazione della
classe operaia a Reggio Calabria, che dà il segnale dell’allarme democratico e
della risposta di massa rispetto a quella controffensiva, di fronte a un divampare
della rivolta.


La vicenda voi la conoscete perché molti di voi, ne sono stati anche protagonisti.
Vent’anni dopo, ero segretario della Camera del Lavoro di Reggio Calabria,
organizzammo una riflessione su quegli avvenimenti, con Trentin, Reichlin e
Giacomo Mancini. Quando andammo poi a pranzo, allora il segretario della
federazione era Marco Minniti, Trentin ci raccontava le ore drammatiche, quando
i treni partirono e arrivarono le notizie delle bombe. L’allora commissario della federazione di Reggio era Pietro Ingrao. Per cui la notte si riunirono in un albergo – ci raccontava Trentin – Ingrao, Lama, Marini, se
non sbaglio, il segretario della Cisl, Carniti a decidere se dovevano bloccare e
fermare tutto e annullare la manifestazione o farla. La valutazione fu condivisa da
tutti: non si potevano fermare le macchine ma soprattutto non si poteva
sottostare alla tensione. Con l’assunzione di responsabilità di una decisione
difficile in quel momento, si decise, la notte, di mantenere la manifestazione che
poi andò come andò.

La battuta di Trentin: che Dio ce la mandi buona altrimenti, ora che torniamo a
Roma, chi li sente Amendola e Bufalini? ci dice: Ma voi che c’entrate con la
rivolta? Questo a dimostrazione di come obiettivamente il sindacato in quel
momento aveva assunto su di sé, anche per decisione della classe operaia, la
responsabilità di difendere e di ampliare la democrazia, di ampliarla nei luoghi di
lavoro e di consolidarla perché era un bene ed è un bene prezioso per il paese.
Ed è stato, questo un elemento costante. È stata la più grande stagione unitaria
di questo paese. Purtroppo in trent’anni l’abbiamo bruciata.

L’altro punto fecondo è rappresentato dalla vicenda del terremoto e
successivamente, la questione della legalità. Sul terremoto, anche lì Trentin
andrò in contrasto con Amendola e allora anche con Macaluso, perché vedeva il
terremoto come una grande occasione di sviluppo e soprattutto di sviluppo
democratico. Vedeva la crisi del sistema politico e istituzionale, vedeva la
complessità dell’opera di ricostruzione e vedeva l’esigenza di farla, di farla bene,
di sottrarla alle lobby, alle clientele e, nello stesso tempo, di sviluppare una
democrazia. Allora – vi ricordate – anche nell’alto salernitano nacquero i comitati
popolari. Trentin teorizzò l’agenzia, sul modello della Tennessee Valley, a cui affidare tutta
una serie di compiti esecutivi, progettuali per sottrarli, alle difficili e fragili spalle
degli enti locali. Ovviamente chi si oppose a questa operazione fu Macaluso, che
allora era responsabile della politica del Mezzogiorno, e poi avemmo la 219 che
era un’esportazione del modello emiliano nelle realtà del Sud.


Un altro punto importante riguarda i disoccupati. Trentin ha sempre considerato i
disoccupati come un esercito di riserva che non doveva essere utilizzato contro i
salariati, ma è stato, nella realtà di Napoli, anche un feroce critico, anche delle
politiche di sinistra, delle politiche clientelari e assistenziali. Lui è stato un teorico
dell’universalismo e della distinzione tra politiche formative e politiche di sostegno
alle fasce che allora si chiamavano di drop out che il mercato del lavoro delle
realtà meridionali determinava.


In quest’ansia di comprensione del nuovo, Trentin si misura anche con l’evoluzione della legalità e della condizione della legalità nel Mezzogiorno. In quegli anni, e ancora oggi, c’erano due tesi su come contrastare l’illegalità e la criminalità. C’era la tesi che per contrastare l’illegalità e la
criminalità bisogna favorire lo sviluppo, perché lo sviluppo toglie brodo ai
criminalità ed elimina le condizioni della criminalità. Un’altra tesi, che allora era
sostenuta da quelli che cominciavano a lavorare alla comprensione delle novità
dell’organizzazione criminale nel Sud, tra cui Falcone, che era un grandissimo
amico di Trentin, sottolineava che per determinare le condizioni dello sviluppo
bisognava contrastare e ridurre il potere della criminalità che era un ostacolo alla
legalità.Trentin sembra favorire questa tesi, ma soprattutto è interessato a capire le
novità dell’organizzazione criminale al Sud, e Falcone gliele fa capire molto bene
e, approfittando anche dei rapporti intensi che allora aveva con il capo della
polizia Parisi, sostiene tutta la legislazione della Dia, che allora era contrastata
anche a sinistra, e la Cgil è un punto di riferimento per lo schieramento di nuovi
magistrati nell’affermazione di una nuova struttura dello Stato per fungere da
contrasto alle forme nuove dell’illegalità.


In questo contesto (ricordo un episodio che ci ha visti protagonisti con Carlo Ghezzi)
approfondisce anche gli aspetti della funzione e del ruolo della massoneria. In
quegli anni, dopo la P2, comincia a emergere anche una riflessione su un ruolo
diverso che la massoneria opera al Sud. Nello Statuto della Cgil noi non avevamo
il divieto di iscrizione alle logge segrete, anche perché fino allora era in voga
l’idea, in larga parte fondata, che la massoneria era stata una componente
importante della Resistenza italiana e aveva connotati democratici, pur essendo
loggia segreta, e Trentin era profondamente connaturato a questa. Nella
riflessione comincia a cogliere le degenerazioni. Passa qualche giorno prima di
dare il via a un convegno nostro.


Ci sarebbero tante altre cose da dire anche rispetto al Mezzogiorno di oggi, alla
sua visione della democrazia, le sue idee sulla democrazia economica che sono
anche in rapporto alle discussioni che si sono aperte oggi sugli sviluppi della
vicenda Fiat Chrysler.  Rileggete la sua relazione alla Conferenza di
programma dell’89 a Chianciano, è un testo fondamentale: lo è sia sulla
riflessione del Mezzogiorno e sia anche sugli aspetti della democrazia economica.
Sul Mezzogiorno, anche lì lui coglie le profonde novità e vede intanto l’esigenza
del superamento dell’intervento straordinario, che poi affermeremo unitariamente
prima del referendum e nel congresso del ’92; afferma, dall’altro lato, che la
questione del Mezzogiorno è una questione anche europea e dice alla Cgil:
“attrezzatevi”, e dice anche alla riflessione meridionalista: “guardate il contesto
nuovo nel quale si colloca la questione meridionale”. Era il 1989, se volete questo
è un tema della campagna elettorale di oggi, ma lui lo vede allora nel dibattito
interno della Cgil.


Sulla democrazia economica, e questo lo dico anche in rapporto alle questioni del
confronto con la Cisl che si sono aperte, Trentin ha sempre rivendicato
l’originalità dell’esperienza della partecipazione dei luoghi di lavoro dell’esperienza
italiana, a cominciare dai consigli ai diritti di informazione. Certo, l’Italia, rispetto
alla Germania, c’era arrivata dopo anche per le debolezze del capitalismo italiano,
però è un teorico dell’originalità dell’esperienza italiana che deve saper guardare
alle altre esperienze ma non assimilarle in maniera meccanica, perché le
esperienze dei comitati di sorveglianza e dei comitati di gestione della Germania
(questo sarà un tema di approfondimento anche dei nostri amici tedeschi) vanno
bene in quella realtà ma nella realtà dell’esperienza italiana possono essere utili
ma non sono esaustivi. Noi dobbiamo andare avanti sulla nostra esperienza e
nell’individuazione anche di nuove opzioni.

 
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