| L'europeismo di Trentin, di Sante Cruciani |
| marted́ 23 marzo 2010 | |
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Pubblichiamo qui il testo della relazione di Sante Cruciani (Università della Tuscia) sul tema "L’elezione al parlamento europeo e l’europeismo di Trentin" al seminario internazionale (Bruno Trentin nella sinistra italiana, francese ed europea) promosso il 18 e 19 marzo 2009 a Roma dall'Ecole Française de Rome, dalla Fondazione Giuseppe di Vittorio e dall'Università degli Studi di Viterbo.
Nella biografia di Trentin[1], l’elezione al parlamento europeo costituisce il momento più alto di una ricerca intellettuale e politica tesa a ripensare la sinistra nel vortice delle trasformazioni della terza rivoluzione industriale, dell’informatica e delle telecomunicazioni. Nell’età della globalizzazione, della crisi del modello fordista e della divisione taylorista del lavoro, l’elaborazione del “sindacato dei diritti” è messa alla prova sul versante politico per restituire alla sinistra italiana l’autonomia culturale necessaria per un progetto di società volto alla realizzazione della persona e capace di superare i confini dello Stato Nazione. E’ una sfida vissuta con passione civile e tensione morale di fronte all’affermazione della destra nelle elezioni del 27 - 28 marzo 1994, alle insufficienze dei governi dell’Ulivo e alle difficoltà della sinistra europea ad essere protagonista del processo di integrazione. Nel giugno 1999, l’elezione al Parlamento europeo è per Trentin il campo di una nuova battaglia per il coordinamento delle politiche economiche e sociali dell’Unione e per una presenza attiva dell’Europa nel panorama internazionale disegnato dall’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001 e dalla guerra preventiva degli Stati Uniti di George W. Bush. Ne derivano l’individuazione della costruzione europea come un terreno imprescindibile per la strategia riformista della sinistra e una inedita contaminazione tra gli assi portanti del Libro Bianco di Jacques Delors, la tematica dei diritti e la lezione federalista del padre Silvio. 1. Un progetto di società per la sinistra italiana ed europea
Parallelamente
alla decisione di lasciare la direzione della Confederazione, “non per andare a
fare l’eremita e far cuocere Bocciato il programma del governo Berlusconi, anche per la “sorprendente genericità” sui temi dell’Europa e per l’ “ambiguità grave” delle dichiarazioni sulla rimessa in discussione del Trattato di Maastricht, “senza indicare con chiarezza i punti sui quali ciò dovrà avvenire”[3], l’affermazione del centrodestra è attribuita da Trentin al “vuoto politico di idee e di proposte”[4] di una sinistra divisa tra la ripetizione di vecchie parole d’ordine e l’apologia della governabilità. Sottolinea Trentin nella relazione alla Conferenza di programma della Cgil, svoltasi a Chianciano dal 2 al 4 giugno 1994, denunciando l’assenza di una proposta riformatrice nella piattaforma dei progressisti :
“[…] Si sono venute offuscando le
ragioni fortemente riformatrici che avrebbero legittimato la candidatura della
sinistra al potere, senza riuscire a far emergere il valore di alcuni grandi
progetti di riforma, che pure erano adombrati nel programma del Pds. Finiva
così con lo snaturarsi il significato di una proposta riformatrice, capace di
rendere credibili e giustificabili le misure di rigore giustamente richiamate
nei programmi di alcune forze dello schieramento progressista. E finiva con il
venir meno un messaggio forte su quella che poteva diventare la nuova frontiera
di una sinistra sociale e politica. […] Rimane insostituibile l’attuazione di
una strategia di politica industriale e di politica economica che imbocchi
senza reticenza, prima di tutto nella determinazione delle sue priorità –
formazione, ricerca, diffusione dell’innovazione tecnologica e organizzativa,
messa a punto di una rete infrastrutturale efficiente – la strada dell’Europa
comunitaria e della costruzione di una Unione politica confederata della grande
Europa. […] Bisogna procedere alla rimodulazione della politica delle grandi
opere infrastrutturali, in ragione dei programmi comunitari delineati nel piano
Delors, per costruire le grandi autostrade europee dei trasporti, dell’energia
e delle telecomunicazioni”[5]. All’indomani dalla sconfitta del Partito democratico della sinistra alle elezioni europee del 12 giugno 1994, l’invito al gruppo dirigente del Pds a “non incarognirsi in una lotta per il potere”[6] è accompagnato dalla volontà di procedere alla costituzione di “un centro propulsivo per chiamare le forze trasformatici, non solo i progressisti, attorno alla costruzione di programma”[7] , fondato sul superamento del dissidio persistente nella cultura politica della sinistra tra libertà e uguaglianza. Spiega lo stesso Trentin, anticipando in una bella intervista a Nello Ajello le linee portanti della sua attività di responsabile dell’Ufficio di Programma della Cgil :
“L’uguaglianza è sempre stata – come
ricorda anche Bobbio – un connotato forte della sinistra. Essa si è divisa in
due concezioni in conflitto tra loro. Da un lato l’uguaglianza dei risultati,
attraverso una parificazione dei redditi. Dall’altro, l’uguaglianza delle
opportunità e dei diritti. La prima forma di uguaglianza sta tramontando,
minata dal fallimento del socialismo reale e in parte anche da certe esperienze
negative delle socialdemocrazie. E invece le sole vittorie riportate dalla
sinistra in questo secolo riguardano ciò che ho chiamato l’uguaglianza delle
opportunità: la conquista del suffragio universale, il voto alle donne,
l’attenuazione delle discriminazioni razziali.”[8] In una generale freddezza della Cgil verso la proposta di puntare sul passaggio dal “Welfare State alla Welfare Society”, per una politica di “piena occupazione” e di “qualificazione del lavoro”, mediante la moltiplicazione dei “servizi alla persona”[9] nella previdenza e nella sanità, nell’istruzione e nella formazione, le tematiche del processo di integrazione sono ritenute da Trentin di fondamentale importanza per ripensare gli spazi della politica nell’età della globalizzazione, tra istanze del territorio a livello locale e regionale e crisi dello Stato Nazione[10]. La contestazione delle tesi sulla fine del lavoro[11], degli slogan della sinistra radicale sul reddito minimo garantito e sul salario di cittadinanza, le sferzate alla sinistra riformista per il ritardo nell’elaborazione di “un progetto di società, e non soltanto di un programmino di governo”[12], trovano la loro espressione più compiuta nell’ enunciazione della posta in gioco nella politica europea. Argomenta Trentin all’indomani della vittoria dell’Ulivo nelle elezioni del 21 aprile 1996, ripensando il rapporto tra lavoro e cittadinanza in prospettiva sovranazionale e innestando sul Libro Bianco di Jacques Delors la tematica dei diritti individuali e collettivi:
“[…]L’Europa sociale può nascere
soltanto da un coordinamento delle politiche economiche nazionali, delle
politiche fiscali, delle politiche della formazione e della ricerca, incentrato
sulla valorizzazione permanente delle risorse creative del lavoro umano. Questa
e non altra è la posta in gioco di una strategia europeista delle sinistre, per
dare un’anima, un progetto alla riforma istituzionale dell’Unione europea e
alla costruzione di un potere politico sovrano capace di collocare la moneta
unica in un contesto di politica economica e di governo della domanda pubblica,
esplicitamente finalizzati alla valorizzazione della risorsa lavoro. Il Libro
Bianco di Jacques Delors non proponeva certo il ritorno a una tradizionale
politica di opere pubbliche, ai lavori “socialmente utili” o ai cantieri di
lavoro di Louis Blanc. La sua proposta era quella di un’unificazione
strutturale delle società europee, salvaguardando tutte le loro articolazioni
territoriali, sulle frontiere della ricerca e della formazione, delle
tecnologie avanzate, dei trasporti e delle telecomunicazioni, delle “autostrade
informatiche”, che consentano a tutte le forme più qualificate del lavoro umano
di costruire nuove sinergie, nuovi canali di comunicazioni e di scambio, e di
creare, per quelle via, nuove occupazioni capaci di dare un impulso alla
domanda di lavoro in Europa e nel mondo. Ma una sfida di tale natura può essere
vinta soltanto se riuscirà ad accompagnare questa sinergia delle politiche
dell’innovazione incentrata sulla valorizzazione del lavoro con la promozione
dei diritti individuali e collettivi, che tuteli le prerogative della persona
concreta che lavora e crea, in un contesto di crescente mobilità e flessibilità
delle prestazioni, liberandola dai vincoli oppressivi con i quali le gerarchie
tayloriste hanno imprigionato il vecchio lavoro “astratto””[13]. Nasce di qui la candidatura al Parlamento europeo nelle elezioni del 13 giugno 1999 come “capolista”[14] dei Democratici di Sinistra nella circoscrizione del nord-est, in un quadro politico contraddistinto dalla formazione del governo D’Alema e dall’esaurirsi dell’Ulivo dopo il raggiungimento dei parametri di Maastricht e l’ingresso del paese nella moneta unica.
2. L’ economia della conoscenza e il ruolo
dell’Europa nella politica internazionale Sin dal dibattito del 15 febbraio 2000 sugli obiettivi strategici dell’Unione per il quinquennio 2000 - 2005, gli interventi di Trentin al Parlamento europeo sono caratterizzati da un sostegno incalzante alla Commissione di Romano Prodi per la definizione di “nuove forme di governance europea” e di “un coordinamento più efficace delle politiche economiche e sociali”[15] degli Stati membri. La prospettiva del Consiglio europeo di Lisbona del marzo 2000 di porre l’Europa all’avanguardia dell’ “economia della conoscenza” è fatta propria da Trentin come una piattaforma qualificante per investimenti nella ricerca e nell’innovazione tecnologica, per far fronte alla “assenza di un’azione sufficientemente coordinata dei governi della zona euro nel promuovere una politica di crescita economica e di sviluppo dell’occupazione”[16].
L’esigenza di
costruire l’Europa politica e sociale per il governo della moneta unica è posta
con forza da Trentin anche nel dibattito della sinistra italiana all’indomani
della vittoria della Casa delle Libertà nelle elezioni politiche del 13 maggio
2001 attraverso una intervista concessa a caldo al quotidiano
“[…] In questa campagna elettorale è stato
marginalizzato il tema della costruzione di una politica dell’Unione europea.
Eppure l’Italia si era impegnata a fondo nella battaglia per l’Euro. E lì il
governo ha preso una grande decisione politica condivisa dalla maggioranza dei
cittadini”[17]. E’ una analisi ribadita nella Direzione dei Democratici di Sinistra del 25 - 26 giugno 2001, ponendo l’accento sulle potenzialità di una iniziativa sovranazionale per “costruire una Federazione europea degli Stati – nazione”, con l’obiettivo di realizzare l’ “unità politica dell’Europa, a partire dalla unione monetaria” e rinnovare con “scelte politiche concrete e trasparenti, votate a maggioranza” il rapporto “fra istituzioni europee e cittadini”[18]. Una Europa politica capace di divenire un grande soggetto riformatore nei processi di globalizzazione e nelle relazioni internazionali è ugualmente rivendicata da Trentin dopo l’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001 e la solidarietà espressa dall’Unione europea agli Stati Uniti nella lotta al terrorismo. Dichiara Trentin nella seduta del parlamento europeo del 24 ottobre 2001, auspicando la creazione di uno Stato palestinese nella piena salvaguardia della sicurezza di Israele e una accelerazione delle politiche previste dal Consiglio di Lisbona: “[…] In una situazione politica ed economica mondiale che sta mutando con rapidità dopo la tragedia dell’11 settembre e di fronte ai nuovi imperativi degli Stati democratici – in primo luogo, certo, di lotta al terrorismo ma anche di creazione di una zona di pace e di rispetto dei diritti in Asia e nel medio Oriente e, ancora, di rilancio della crescita economica e dell’occupazione – si avverte fortemente l’esigenza di un’iniziativa più coordinata dell’Unione europea, capace di accelerare, rispetto ai tempi ancora lunghi della riforma istituzionale, la sua entrata in campo come soggetto politico di dimensione mondiale, capace, cioè di parlare con una sola voce a Washington come a Islamabad. […] Si sente l’urgenza di un’iniziativa della Commissione e dell’Eurogruppo per creare le condizioni di un rilancio della crescita economica e dell’occupazione dell’Unione, sia attraverso la promozione di forme di cooperazione aperta nei settori della ricerca e sviluppo e della formazione, dando così gambe al progetto di Lisbona”, sia attraverso una sollecitazione trasparente alla Banca centrale, affinché essa partecipi a questo sforzo”[19]. E’ una visione dell’Europa riaffermata al II Congresso dei Democratici di Sinistra del 16-18 novembre 2001, allo scopo di coniugare le grandi questioni della guerra e della pace con quelle del governo della globalizzazione e dello sviluppo economico e sociale :
“[…] Non dovrebbe essere, […]compito
nostro, il definire una strategia che faccia dell’Unione Europea un soggetto
politico di dimensione mondiale, anche nella lotta al terrorismo ? […] Per
esempio, sostenendo una battaglia per la riforma istituzionale dell’Unione
Europea verso una Federazione di Stati nazioni – meglio tardi che mai se come
partito e non come singoli compiamo questa scelta senza più indugi, e reticenze
soprattutto dopo le chiare parole del Presidente Ciampi – con iniziative forti
per dare sostanza, corpo alla formazione di un’Europa capace di parlare con una
sola voce e di agire come un soggetto politico unitario. Nella costruzione di
un governo economico dell’Europa monetaria, capace di imprimere un nuovo corso
alla crescita economica e un miglioramento qualitativo dell’occupazione;
nell’adozione di forme di cooperazione avanzata in Europa, fra gli Stati e
regioni che vogliono davvero cimentarsi con i problemi la cui mancata soluzione
segna il ritardo dell’Europa – non parliamo dell’Italia – nella sfida
competitiva che accompagna la globalizzazione: la ricerca, l’innovazione, la
formazione lungo tutto l’arco della vita, le grandi infrastrutture della
comunicazione”[20]. La priorità della costruzione di un governo economico dell’Europa dopo l’avvento dell’euro è perseguita da Trentin in qualità di relatore della Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento europeo, reclamando il superamento dei “forti e preoccupanti ritardi”[21] registrati dalla strategia di Lisbona e una interpretazione dinamica del Patto di Stabilità, al servizio di una “politica economica e sociale dell’ambiente capace di dare un nuovo impulso all’economia e all’occupazione”[22]. Spiega Trentin, in un articolo firmato insieme all’eurodeputato Andrea Ranieri sulle colonne de L’Unità del 23 settembre 2002:
“[…] Un piano straordinario di
investimenti, coordinato a livello europeo e articolato nelle nazioni e nei
territori, sulla ricerca – a partire da quella di base – sulla formazione, e
sulla costruzione di un sistema europeo dei trasporti e delle
telecomunicazioni, potrebbe superare i limiti di puro contenimento che ha avuto
fino ad oggi il Patto di stabilità, per permettere una gestione aperta e
flessibile, proprio perché finalizzata a rilanciare le basi di fondo della
“stabilità”. […] Se la questione di un nuovo patto di stabilità è destinato ad
essere all’ordine del giorno nell’agenda politica dell’Europa e delle nazioni, […]
sarebbe bene che la sinistra italiana ed europea affrontasse, in futuro la
trasformazione del Patto di stabilità in vero “patto di stabilità e sviluppo”,
con una propria ipotesi non puramente difensiva dello stato di cose presente”[23]. Solidale con il Presidente Prodi nel respingere gli attacchi del gruppo popolare e liberale nel dibattito suscitato il 21 ottobre 2002 al Parlamento europeo dalle sue dichiarazioni sulla “stupidità” di una interpretazione letterale del Patto di Stabilità, Trentin è tuttavia critico nei confronti della Commissione europea e della Banca centrale europea proprio per aver “scoraggiato oggettivamente qualsiasi tentativo di promuovere e coordinare una politica economica e attiva e anticlica tra i governi dell’Unione”[24]. Il rilancio dell’Europa politica e sociale è considerato una condizione urgente anche per “fermare l’unilateralismo”[25] degli Stati Uniti sul versante internazionale e arginare la grave divisione provocata tra i paesi dell’Unione dalla guerra preventiva voluta in Iraq dal Presidente Bush, con il sostegno dell’Inghilterra di Tony Blair e dall’Italia di Silvio Berlusconi. Rimarca Trentin nell’aprile 2003, presentando con il segretario Piero Fassino il Manifesto per l’Italia dei Democratici di Sinistra :
“Non si pone forse già oggi,
l’obiettivo di ricomporre un’unità politica della Comunità Europea, come grande
soggetto politico su scala mondiale […] ? E non deve aggiungersi a questi obiettivi,
qui ed ora, quello dell’unità politica dell’Europa che sconfigga le pratiche di
divisione, le quali ostacolano le possibilità di sviluppo di un’Europa federale
proprio alla vigilia del suo allargamento ad altri 10 paesi ? [..] Ma occorre
anche e subito un’unione politica dell’Europa che consenta, con decisioni a
maggioranza, un governo economico dell’Unione Monetaria, tale da poter
sconfiggere la recessione in atto con una strategia coordinata come quella
decisa sulla carta a Lisbona, ma mai realizzata. […] Su questi obiettivi è
possibile ristabilire un legame vero fra istituzioni europee e cittadini –
colmare un vuoto democratico
– assumendo tutta la portata politica del progetto europeo, come era stato
fatto al momento dell’ingresso dell’Italia nell’Unione monetaria”[26]. Come sostiene Trentin nel dibattito al Parlamento europeo del 3 dicembre 2003 sulle comunicazioni del Consiglio e della Commissione, rappresentati rispettivamente dal Ministro Tremonti e dal Presidente Prodi, la ricostituzione di un legame vero fra istituzioni e cittadini europei può passare soltanto attraverso il superamento delle “gravi carenze”[27] dimostrate nel coniugare gli obiettivi del Patto di Stabilità con quelli dell’Agenda di Lisbona. Sottolinea Trentin nel febbraio 2004, illustrando ai lettori de l’Unità il documento di politica economica sottoscritto in maniera trasversale dai parlamentari europei del “gruppo Spinelli” :
“[…]Il grande problema che abbiamo di
fronte è la schizofrenia tra il rilancio della strategia di Lisbona e il non
tenere conto di questa strategia nell’applicazione del Patto di Stabilità. A
nostro avviso, ci deve essere un raccordo tra questi due momenti. Il
coordinamento delle politiche economiche dell’Unione deve rendere compatibili
le regole del Patto con gli obiettivi fissati per la crescita dell’Europa. […] Sono
più innovazione, più ricerca, la formazione, più infrastrutture di servizi
integrati a livello europeo. […] Bisogna dare più contenuto alla crescita,
tuttora ignorata dalla Banca centrale”.[28]
Sono le stesse posizioni sostenute in
un dibattito dell’aprile del 3. L’europeismo di Trentin e il socialismo europeo
La difficile redazione
di una Costituzione per l’Unione è seguita da Trentin come una occasione per
innervare nella sinistra europea una massiccia dose di cultura politica europeista
e federalista. Constata Trentin, nella raccolta di saggi del 2004, pubblicata per
ripensare la parabola del movimento operaio nella storia del Novecento sotto
l’eloquente titolo
“Fino ad ora la sinistra italiana, e
gran parte della sinistra europea, non sono riuscite a fare della battaglia per
l’unione politica dell’Europa, una battaglia popolare, impegnando tutte le loro
forze, non solo a Bruxelles ma prima di tutto, in Italia, per fare diventare
l’approvazione della nuova Costituzione – con tutti i suoi limiti – l’obiettivo
preliminare per il sorgere di un’avanguardia fra le nazioni più coinvolte in un
approdo federalista dell’Unione europea – pena il suo decadimento – e per
l’affermazione di una politica sociale dell’Europa che consenta di realizzare
gli obiettivi di Lisbona e di Goteborg: formazione lungo tutto l’arco della
vita, ricerca, investimenti nella grandi infrastrutture europee e piano
ecologico di dimensione europea, verso la piena occupazione”[30].
La stessa
qualificazione dei Democratici di Sinistra come Partito del socialismo europeo
è ritenuta da Trentin parte essenziale di una battaglia a viso aperto contro l’ipoteca
del laburismo di Tony Blair sull’ avanzata reale del processo di integrazione a
vantaggio di una Europa delle nazioni. Chiarisce Trentin, partecipando alla
discussione in vista del II Congresso nazionale dei Democratici di Sinistra e polemizzando con “i blairisti senza se e
senza ma” della sinistra italiana: “[..] Non si tratta di una ridondanza o di una pura “cosmesi”. Ma
dell’affermazione di un nostro impegno politico. Quello di portare anche nel
socialismo europeo la nostra vocazione europeista, e la scelta di operare senza
paure, per un’effettiva unificazione politica dell’Europa e per l’affermazione
di un suo ruolo di soggetto politico di dimensione regionali, che, in quanto tale,
ha il suo posto nel concorrere ad un governo multilaterale delle trasformazioni
del mondo”[31].
Favorevole alla
Federazione tra i Ds e
“[…] La vittoria del no al referendum francese del 30 maggio 2005 è per Trentin la riprova dell’urgenza di una piena assunzione da parte del socialismo europeo della sfida della costruzione dell’Europa politica e sociale, anche per garantire i diritti individuali e collettivi dei lavoratori immigrati nei paesi dell’Unione[34]. In prima fila nel sostegno al programma europeista di Romano Prodi per “uscire dal declino dell’economia e della società italiana”[35] e nella polemica con il “bel messaggio per gli operai”[36] inviato dal Presidente del Consiglio Berlusconi accusando la sinistra di voler rendere uguali il figlio del professionista e il figlio dell’operaio, Trentin vede nella vittoria dell’Unione alle elezioni politiche del 9 - 10 aprile la possibilità di aprire la via al rinnovamento del paese soltanto a condizione di poggiare l’azione di governo su una salda federazione dell’Ulivo, senza la cancellazione delle culture politiche socialista e cattolica in un unico partito riformista. Scandisce in una intervista a L’Unità l’8 giugno 2006, sottolineando l’esigenza di far crescere la federazione dell’Ulivo con una discussione di massa di un progetto di società in Convenzioni locali e nazionali aperte alla società civile:
“Sono convinto che l’apertura
all’esterno, all’Europa, il rifiuto di una visione autarchica del processo
unitario in Italia, debba tener conto delle diverse identità culturali. E’
possibile immaginare che l’Italia diventi il solo Paese europeo privo di una
forza che si richiami al socialismo ?” Allora credo […] che sia velleitario, nella
fase attuale, superare l’adesione dei Ds al partito socialista europeo o
l’adesione della Margherita ai democratici Liberali o anche ai Popolari. Sono
elementi ora non superabili ma che possono coesistere con una disciplina
vincolante dei deputati dell’Ulivo al Parlamento europeo, sulle questioni che
appaiono di maggiore interesse”[37]. Non si tratta di una rivendicazione difensiva ma dell’esigenza di non annullare il patrimonio della cultura politica della sinistra e del solidarismo cattolico di fronte alle sfide alle esigenze di realizzazione della persona nel lavoro in una società aperta ai diritti di libertà. Argomenta Trentin, nel suo ultimo articolo pubblicato su L’Unità del 13 luglio 2006, auspicando la fuoriuscita del centrosinistra dalla subalternità a una cultura della meritocrazia antitetica alla cultura della libertà e dei diritti:
“[…] Meriti e bisogni o capacità e
diritti ? Può sembrare una questione di vocabolario ma in realtà la
meritocrazia nasconde il grande problema
dell’affermazione dei diritti individuali di una società moderna. La “capability”
di Amartya Sen non comporta soltanto la garanzia di una incessante mobilità
professionale e sociale che deve ispirare un governo della flessibilità che non
si traduca in precarietà e regressione. Ma essa rappresenta anche l’unica
opportunità (solo questo, ma non è poco) di ricostruire sempre nella persona le
condizioni di realizzare se stessa “governando il proprio lavoro. […] Anche un
auspicabile convegno sui valori, le scelte di civiltà di un nuovo partito
aperto alle varie identità e alla storia dei partiti come della società civile,
dovrebbe, a mio parer, assumere il governo e la socializzazione della
conoscenza come insostituibile fattore di inclusione sociale”[38].
Conclusioni Per riprendere un ritratto di Enzo Biagi e una definizione di Guglielmo Epifani, la figura di Bruno Trentin, il sindacalista intellettuale “con il volto dei capitani dei marines che si vedono al cinematografo: capelli a spazzola, occhi intensi”[39], si staglia come quella di un “innovatore a tutto tondo”[40] nella storia della sinistra italiana ed europea. In una prospettiva di lungo periodo, il suo itinerario politico e intellettuale offre infatti la possibilità di interrogarsi sulla cultura politica del comunismo italiano tra partito e sindacato e sul futuro della sinistra europea. Ha rilevato Alfredo Reichlin, ponendo l’accento sulla militanza di Trentin nel Partito comunista italiano e sull’ esigenza di non “far finta di non vedere che la storia della Cgil e del Pci per lungo tempo si sono intrecciate”:
“[…] Mi ha colpito che, durante il funerale di Bruno, la parola Pci non è
stata nemmeno nominata. […] Ma mi chiedo come si può parlare di Bruno e della
sua singolare figura così “atipica” (è vero) rispetto a una idea deforme e
astratta del comunismo italiano e come si può parlare di tante altre figure
anch’esse tutte “atipiche” come Napolitano o come Di Vittorio o Ingrao o
Amendola, o Macaluso o Giolitti senza porsi una domanda che ci riporta al cuore
della vicenda italiana. La domanda è questa: essi furono comunisti per caso
oppure perché quello era il riformismo italiano, o per lo meno una delle sue
matrici essenziali ?”[41] E’ una considerazione da affiancare al ricordo di Giorgio Ruffolo sull’impegno di Trentin al Parlamento europeo e nella sinistra italiana degli anni novanta:
“Era gravemente amareggiato dalla
innegabile involuzione della sinistra. Rifiutava sia lo sterile conservatorismo
delle Maginot ormai diroccate dalle nuove condizioni della economia e della
società, sia la resa, sotto le mentite spoglie di un neoriformismo
modernizzatore, al conformismo del pensiero dominante. […] Si riconosceva nel
tentativo di fondare un nuovo riformismo radicale, e si identificava, anche in
polemica col suo partito, con quel grande personaggio misconosciuto della
sinistra che risponde al nome di Riccardo Lombardi. […] Aveva identificato
nell’Europa quel vasto scenario nel quale valori e traguardi propri della
sinistra, irrealizzabili entro le strettoie dello Stato nazionale, avrebbero
potuto dispiegarsi in una grande strategia riformista. Ricordo il vigore con il
quale, nel Parlamento Europeo, in piena consonanza con Giorgio Napolitano,
denunciò la grande occasione perduta di un rilancio politico del riformismo
europeo, quando dodici paesi su quindici erano governati da partiti di sinistra
e di centrosinistra”[42].
Si tratta allora
di riflettere ulteriormente sull’europeismo di Bruno Trentin, secondo alcune
linee di ricerca indicate lucidamente da Vittorio Foa nel
“C’e una cosa su cui mi permetto di
insistere, anche se la conosco poco: so che l’europeismo di Bruno era diverso
dall’europeismo italiano. Bruno seguiva le idee di Delors e avrebbe voluto
un’Europa che facesse altrettanto. […] Io credo che su questo Trentin vada
studiato in parte, su come si forma l’Europa. Le cose che lui deve aver scritto
e che io non ho letto…sull’unificazione europea, pare che siano
straordinariamente originali”[43].
Procedere nella
direzione sollecitata da Foa, attraverso la raccolta degli scritti “europeisti”
di Trentin, dalla partecipazione ai
lavori del Movimento Federalista europeo nell’autunno del 1947 come segretario
nazionale dei giovani del Partito d’azione all’elezione al Parlamento europeo nel
1999 come rappresentate dei Democratici di Sinistra, significherebbe per
esempio contribuire al recupero dell’eredità del socialismo federalista di
Silvio Trentin nell’europeismo di Bruno Trentin e a una indagine comparata sul comunismo
italiano e francese e sulla sinistra europea di fronte alle trasformazioni
dello Stato Nazione e al processo di integrazione.[44]
[1] Cfr. Iginio Ariemma e Luisa Bellina (a cura di), Bruno Trentin. Dalla guerra partigiana alla Cgil, Ediesse, Roma, 2008; Michele Magno (a cura di), Bruno Trentin. Lavoro e libertà, Ediesse, Roma, 2008
[2] Luciano Costantini, “Mi dimetto, ma non lascio
[3] Bruno Ugolini, Bruno Trentin: “Ecco perché boccio
Berlusconi”, in L’Unità, 18
maggio 1994, p.2.
[4] Francesco Bullo, L’addio di Trentin: cgil, serve più
coraggio, in [5] Bruno Trentin, Lavoro e libertà nell’Italia che cambia, Donzelli, Roma, 1994, p.7
[6] Cfr.
Vittoria Sivo, “Il polo progressista ?
Non esiste…”. Trentin al Pds. “Non incarognitevi in una lotta per il potere, in
[7] Cfr. Bruno Ugolini, Bruno Trentin. “Voglio aiutare la sinistra a cambiare”, in L’Unità, 1 luglio 1994, p.2
[8] Cfr.
Nello Ajello, Parla Bruno Trentin.
Amarezze e inquietudini per un mondo operaio in disarmo, in [9] Cfr. Bruno Trentin, Dal welfare State alla welfare Society. Intervento conclusivo alla Prima conferenza nazionale della Cgil sulla riforma dello Stato sociale (giugno 1995), a cura di Michele Magno, in www.brunotrentin.it
[10] Cfr.
Renzo D’Agostini, [11] Cfr. Luigi Dell’Aglio, I futurologhi Usa catastrofici sull’occupazione. Senza lavoro per colpa dei robot. Ma Trentin scommette sulle attività qualificate e ad alto valore aggiunto, in Il Giorno, 24 maggio 1996
[12] Cfr.
Bruno Trentin, La sfida della politica, in
I Democratici, 1996 [13] Cfr. Bruno Trentin, La città del lavoro. Sinistra e crisi del fordismo, Feltrinelli, Milano, 1997, pp. 239-240.
[14] Cfr. Articolo non
firmato, Europee, Trentin capolista dei
DS, in
[15] Cfr.
Parlamento Europeo, Discussioni,
Obiettivi strategici e programma legislativo della Commissione. Intervento di
Bruno Trentin, 15 febbraio
[16] Cfr.
Parlamento Europeo, Discussioni, Economia
europea, 14 marzo 2001, Intervento di
Bruno Trentin, 14 marzo
[17] Cfr.
Goffredo De Marchis, Ds, la requisitoria
di Trentin “Sinistra senza un progetto”, in
[18] Cfr. Bruno Trentin, Ripartire dal “lavoro che pensa”. Intervento
alla Direzione Ds del 25-26 giugno
[19] Cfr.
Parlamento Europeo, Discussione, Riunione del Consiglio europeo di Gand (19
ottobre 2004), Intervento di Bruno Trentin, 24 ottobre [20] Cfr. Bruno Trentin, Lavoro: la spada di Damocle della precarizzazione. Intervento al II Congresso nazionale dei Democratici di Sinistra (pesaro, 16 – 18 novembre 2001), in www.archivio.rassegna.it/2001/speciali/congresso-ds/trentin2.htm
[21] Cfr. Parlamento europeo,
Discussioni, Grandi orientamenti politico-economici, Relazione di Bruno Trentin
a nome della Commissione per i problemi economici e monetari, 13 marzo
[22] Cfr.
Parlamento europeo, Discussioni, Economia, Relazione di Bruno Trentin a nome
della Commissione per i problemi economici e monetari,14 maggio [23] Cfr. Andrea Ranieri, Bruno Trentin, Stanno rubando il nostro futuro. Educazione e ricerca nel nuovo Patto europeo, in L’Unità, 23 settembre 2002, p. 1 e p. 30.
[24] Cfr.
Parlamento europeo, Discussioni, Patto di
stabilità e crescita. Intervento di Bruno Trentin, 21 ottobre [25] Cfr. Giovanni Rispoli, Intervista a Bruno Trentin. Solo l’Unione politica può fermare l’unilateralismo di Bush, in Rassegna Sindacale, 2 aprile 2003. www.archivio.rassegna.it/2003/speciali/iraq/trentin.htm [26] Cfr. Presentazione di Bruno Trentin del Manifesto per l’Italia. Un’altra idea dell’Italia. La libertà, i diritti, la persona, (Roma, 5 aprile 2003), in www.archivio.rassegna.it/2003/granditemi7articoli/programma-ds.htm
[27] Cfr. Parlamento europeo,
Discussioni, Patto di stabilità e
crescita. Intervento di Bruno Trentin, 3 dicembre [28] Cfr. Sergio Sergi, Trentin: “Non abbiamo votato contro Prodi”, in L’Unità, 28 febbraio 2004, p.4
[29] Cfr. Laurent Joffrin, Une idèe neuve pour l’Europe. Réequilibrer
le projet de Constitution européenne par un volet social: autour de cette idée
qui fait son chemin, l’ “Obs” a lancé la discussion, in Le Nouvel Observateur,avril 2004 [30] Cfr. Bruno Trentin, La libertà viene prima, Editori Riuniti, Roma, 2004 [31] Cfr. Bruno Trentin, L’Europa dove va, in L’Unità,16 novembre 2004, p. 1 e p. 25.. [32] Cfr. Bruno Gravagnuolo, “Né direttorio, né partito unico”. Trentin: giusto lavorare insieme alla federazione. Purché non sia anticamera del partito riformista, in L’Unità, 5 febbario 2005, p. 10 [33] Cfr. Bruno Trentin, Perché c’è bisogno di Europa, in L’Unità, 17 maggio 2005, p. 1 e p. 24 [34] Cfr. Bruno Trentin, Quel razzismo che non si vede, in L’Unità, 17 dicembre 2005, p. 24 [35] Cfr. Bruno Trentin, A proposito di capitalismo, in L’Unità, 2 marzo 2006, p. 27 [36] Cfr. Bruno Ugolini, L’intervista. Bruno Trentin. “Un bel messaggio per gli operai che hanno voatto per il premier”, in L’Unità, 7 aprile 2006, p.2 [37] Cfr. Bruno Ugolini, Parla Bruno Trentin. “L’Ulivo sia una federazione. Io voglio morire socialista”, in L’Unità, 8 giugno 2006, p. 6.
[38] Cfr.
Bruno Trentin, A proposito di merito, in
L’Unità, 13 luglio 2006, p. 24 [39] Cfr. Enzo Biagi, Dicono di lei, pp. 286 – 292.
[40] Cfr.
Guglielmo Epifani, Un innovatore a tutto
tondo, in Rassegna Sindacale, agosto [41] Cfr. Alfredo Reichlin, Il riformista Trentin, in L’Unità, 8 settembre 2007, p. 1 e p. 28 [42] Cfr. Giorgio Ruffolo, L’amarezza per l’involuzione della sinistra, in www.brunotrentin.it [43] Cfr. Luisa Bellina e Ninetta Zandegiacomi, Intervista a Vittorio Foa. Con Bruno nella primavera del ’45, in Iginio Ariemma e Luisa Bellina (a cura di), op. cit., p. 174. [44] Cfr. Sante Cruciani, Lavoro e libertà: la sinistra italiana e europea attraverso la biografia di Bruno Trentin, in L’Officina della Storia. Rivista di storia del tempo presente, n. 1 / novembre 2008; in www.officinadellastoria.info |
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